Le 11 cose che dovete valutare quando decidete di sottoporvi ad un intervento

Questo non è il mio solito post rassicurante che mostra i successi in sala operatoria. Questa volta voglio moderare gli entusiasmi eccessivi e migliorare l’informazione per un più consapevole consenso all’intervento.
Voglio ricordare a tutti i miei pazienti operati e non  alcuni punti cu cui riflettere per andare alla visita preparati:

  1. Nessun medico ha la garanzia di guarigione pronta in tasca, tantomeno un ortopedico
  2. Le aspettative di risultati dei pazienti, spesso sono eccessive rispetto alle realistiche possibilità chirurgiche
  3. In sede di congressi e nelle pubblicazioni scientifiche, quando discutiamo di una tecnica con i colleghi, ne parliamo in termini di percentuali di successo e di insuccesso
  4. Gli insuccessi in piccola percentuale sono inevitabili e fanno parte del rischio chirurgico, che deve essere compreso, valutato e infine accettato o rifiutato dal paziente. La opzione non chirurgica comporta l’accettazione di altre e diverse conseguenze, ma può essere condivisibile, apprezzabile o inevitabile in certe realtà.
  5. Malgrado la corretta esecuzione di tutti i tempi chirurgici, la complicanza è possibile e talvolta imponderabile e quindi non può essere prevista
  6. Alcune complicanze post operatorie sono dovute al comportamento sconsiderato di alcuni pazienti che forzano le tappe della convalescenza o al contrario le rallentano.
  7. Per evitare complicanze e fallimenti parziali o totali dell’intervento chirurgico si adottano protocolli di prevenzione e misure appropriate, come la check list, la adozione di linee guida internazionali, la profilassi antitromboembolica, la profilassi contro le infezioni ( asepsi in sala operatoria e adeguata antibioticoterapia) e la terapia del dolore.
  8. L’unica certezza che si può dare al paziente in tutta coscienza, è che l’intervento verrà eseguito con il massimo impegno possibile impiegando ogni risorsa cognitiva, culturale e di esperienza, perché risulti allineato alle più recenti linee guida e competenze, in modo da permettere il migliore recupero funzionale e una più breve convalescenza.
  9. Nonostante tutto, chi si appresta a sottoporsi ad un intervento, si deve ricordare che la chirurgia non è una scienza esatta, ma un’arte e che risulta più affine alla approssimazione statistica della meteorologia, che al rigore della matematica o alla fisica.
  10. Malgrado ciò, se bene informato e consapevole il paziente può ricorrere proprio alla statistica per trovare la giusta determinazione ad operarsi: nella stragrande maggioranza degli interventi comuni, a fronte di pochissime complicanze ed insuccessi, un numero elevato di pazienti risolve il suo problema ortopedico con piena soddisfazione.
  11. È bene accettare di operarsi solo se si hanno le idee chiare sul difficile percorso che si sta intraprendendo.

Non esitate a pormi delle domande schiette e dirette sul recupero post operatorio e verificare se la vostra idea di successo operatorio è allineata con le reali possibilità ortopediche di ottenerla.

Quanto costa operare un alluce valgo?

Convenzione ASL

Il dott. Lodispoto opera in convenzione ASL presso la Casa di cura Villa Bianca di Lecce.

Nota. Possono usufruire della convenzione ASL i pazienti residenti al di fuori della regione Puglia.

Tariffario pazienti non assicurati

In caso di pazienti solventi sono disponibili pacchetti per operare l’alluce valgo a partire da 1368.00 € (IVA inclusa) che comprendono ricovero, sala operatoria, operatore, anestesista, analisi e accertamenti pre e post operatori.

Nota. Solo per gli interventi eseguiti a Lecce, la tariffa per operare un alluce valgo è di 1.776 IVA inclusa, mentre nel caso di alluce valgo bilaterale, la cifra è di 2.220 IVA inclusa.

Tariffario pazienti assicurati

Correzione alluce valgo secondo tecnica personale 3500.00 € (onorario primo operatore dott. Fabio Lodispoto).

Per gli interventi eseguiti nella casa di cura Villa Bianca, a Lecce, il dott. Lodispoto è convenzionato con le principali compagnie di assicurazione sanitaria.

 

E quanto costa operare due alluci valghi?

In caso di intervento bilaterale, il secondo alluce corretto verrà conteggiato nella misura del 50%,ovvero 1750.00 €. Quindi se si deve correggere l’alluce valgo bilaterale il costo complessivo è di 5250.00€.

Si deve poi aggiungere il costo per il secondo operatore (20% dell’onorario del primo operatore), che in sala operatoria aiuta il dott. Fabio Lodispoto in tutta la procedura chirurgica, dalla compilazione della cartella prima di entrare in sala, alla fasciatura finale.

Infine si deve aggiungere il costo per l’anestesista (20% dell’onorario del primo operatore), che cura tutta la parte dell’analgesia e assicura il massimo confort e sicurezza in sala operatoria, nel reparto di degenza (se previsto il ricovero) e a casa con una efficiente anestesia periferica e copertura del dolore post operatorio.

Eseguendo le somme si ottiene:

 

1 alluce valgo alluce valgo bilaterale
I° operatore 3500.00€­ + I°operatore 5250.00€ +
II° operatore  700.00€ ­+ II° operatore1050.00€+
anestesista       700.00€ = anestesista    1050.00€=
4900.00€ 7350.00€

 

Quanto costa la casa di cura?

La casa di cura al paziente non costa nulla se  è in possesso di una valida polizza sanitaria che lo rimborsa di tutte le spese. Se la polizza prevede un rimborso diretto, il paziente non deve neanche anticipare le spese, altrimenti paga le fatture che verrano presentate alla dimissione e poi l’assicurazione lo rimborserà secondo le modalità previste dal contratto stipolato con la propria compagnia.

Chi non è in possesso di una assicurazione ed è direttamente solvente deve sapere che in casa di cura dovrà sostenere altre spese oltre a quelle dell’equipe chirurgica.

Il tempo di sala operatoria effettivo, da quando il paziente entra in sala per l’anestesia a quando esce ( il tempo effettivo di intervento è invece più breve: circa mez’ora per il singolo alluce e un’ora per la correzione bilaterale ).

La degenza. Costo variabile in funzione del regime di ricovero (day hospital, ricovero ordinario con una notte di degenza).

Gli ( radiografie, esami ematici elettrocardiogramma, consulenze specialistiche)

 I materiali impiantati ( microvite in titanio o realizzata in materiali riassorbibili), scarpa post operatoria tipo Barouk.

I pazienti che non sono in possesso di una polizza sanitaria, possono usufruire di pacchetti di spesa che la casa di cura propone ad ogni paziente che sono comprensivi di degenza e sala operatoria ed accertamenti pre e post operatori.

A titolo puramente indicativo il costo forfettario per la correzione di un singolo alluce in regime di day hospital è di circa 1200 €, che sale a 1500€ con una notte di degenza e arriva a 1800 € se bilaterale con una notte di degenza.

Si raccomanda tuttavia di contattare le singole case di cura per avere il prezzo aggiornato delle offerte forfettarie perche possono variare sensibilmente a seconda della casa di cura scelta. Inoltre alla tariffa si deve aggiungere il costo dell’iva 20% e quello dei materiali impiantabili ( microvite ) circa 180€ e della scarpa post operatoria circa 60€ e quanto specificatamente non compreso nella traiffa forfettaria proposta dalla casa di cura.

Raccomandazioni

La buona riuscita di un intervento chirurgico, di qualsiasi tipologia di intervento, è il risultato di più fattori, che concorrono tra di loro, nello sforzo di assicurare al paziente l’obiettivo sperato e desiderato. In particolare, mi preme ricordare, che la chirurgia dell’alluce valgo non si esaurisce con la correzione della deviazione scheletrica, ma con la ripresa funzionale dell’articolazione, che deve garantire la azione di leva e spinta del primo dito, nella fase finale del passo.

Per ottenere questo fondamentale risultato, la correzione deve necessariamente essere perfetta da un punto di vista tecnico e deve essere permanente. In altre parole si deve ottenere un alluce dritto ( non più 8 gradi di valgismo), e si devono annullare le forze che hanno generato la prima volta l’alluce valgo. Questo secondo obiettivo si ottiene riequilibrando tendini e capsula articolare. Fin qui tutto il lavoro è ovviamente affidato alla competenza del chirurgo operatore. Seguono poi 20 giorni di scarpa post operatoria, fasciatura e la prima medicazione, che deve compiere l’ortopedico che ha operato il piede. A questo punto il paziente ha finalmente uno strumento ( l’alluce) tecnicamente corretto, ma che deve ancora essere riattivato. Deve quindi camminare correttamente per esercitare l’alluce nella sua funzione di leva e spinta. Solitamente invece, e in maniera del tutto automatica e involontaria, il paziente operato, tende a scansare l’alluce e a caricare il peso sulla parte esterna del piede. Tanto più se si tratta di un paziente apprensivo che ha timore di appoggiare e forzare sull’alluce. Per questi motivi, il paziente, nel camminare, evita il fastidio sulla parte operata, perché risparmia l’articolazione e lascia a riposo il primo dito.

Si tratta tuttavia di un modo scorretto di camminare, che genera conseguenze negative nel breve medio e termine: l’alluce diventa rigido per lo sviluppo di aderenze post operatorie. Per meglio chiarire si può affermare, che grazie all’intervento il paziente è stato dotato di uno strumento per camminare potenzialmente efficace per la propulsione, ma che non utilizza e che pertanto finisce con “arrugginirsi” progressivamente. Non solo: l’alluce perdendo in questo modo il naturale arco di movimento e in particolare la flessione dorsale ( valori normali 60-90 gradi), costringe il piede, nella fase finale del passo, a ruotare e caricare sulla parte laterale della pianta. Di qui i fenomeni di sovraccarico sui metatarsi laterali, con possibile sviluppo di metatarsalgia, cioè di dolore sotto la parte laterale della pianta del piede e delle dita e gonfiore e dolore intorno al malleolo laterale. Tutto questo viene normalmente evitato seguendo i consigli dell’ortopedico, che valuta il movimento passivo e attivo dellalluce, la correttezza dell’appoggio plantare e del passo ai controlli periodici post operatori che vengono programmati dopo 15 giorni, un mese e dopo tre mesi dall’intervento.

Ribadisco queste raccomandazioni a tutti i pazienti che hanno o devono subire l’intervento, ma soprattutto a quei pazienti ( pochi per fortuna) che dopo l’intervento spariscono letteralmente e dei quali non ho più notizie per molto tempo, fino a quando, mi contattano telefonicamente, via e mail o su facebook preoccupati perché il piede è gonfio e fa male e/o l’alluce non si piega come vorrebbero. Sono pazienti che magari vivono lontani dai miei luoghi di lavoro e non se la sentono di affrontare i disagi e le spese del viaggio.

Capisco perfettamente le loro esigenze, ma sarebbe stato meglio per questi pazienti ricercare un bravo ortopedica vicino alla loro città, una volta che, fatta la visita, ho espresso la necessità di compiere i controlli post operatori previsti, presso il mio studio. Questo, per assicurare al paziente il massimo risultato, da questa che può sembrare una chirurgia banale, ma che invece richiede molto impegno per ottenere risultati pienamente soddisfacenti in termini di correzione ed efficacia della funzionalità. Il medico di base, per quanto bravo, o il medico di pronto soccorso sebbene preparato professionalmente o un altro ortopedico, che magari compie la correzione dell’alluce con tecniche diverse dalle mie, non sempre hanno la specifica competenza per individuare eventuali problemi di rigidità dell’alluce, di appoggio e del passo, in fase iniziale e risolverli, correggendoli prontamente con suggerimenti, manovre, esercizi o eventualmente con la prescrizione di apposite ortesi plantari. Passa in questo modo del tempo prezioso e la situazione può peggiorare. Iniziano cosi visite di controllo da altri ortopedici, fisiatri e fisioterapisti, che richiedono, radiografie di controllo, esami baropodometrici, e finanche TAC e RMN. Le diagnosi sono varie, e fantasiose e spesso espresse in tono drammatico e pessimista.

Sulle radiografie i radiologi interpretano le immagini delle recenti osteotomie come fratture, l’ecografista vede raccolte e infarcimenti sospetti, di liquidi, intorno all’articolazione e ai tendini, che sono invece espressione della normale reazione tissutale nelle prime settimane postoperatorie, mentre il medico di base attribuisce i normali edemi locali a flebiti o a infezioni e somministra antibiotici e prescrive esami urgentissimi tra cui ecodoppler e scintigrafie con leucociti marcati. Il paziente disorientato, e sempre più preoccupato, vuole capire cosa sta accadendo al suo piede, gonfio e dolorante e richiede lui stesso altri esami e pareri specialistici. In genere questi pazienti non hanno proprio nulla che non va, sono solo spaventati da pareri e diagnosi di probabili complicanze, tanto vaghe quanto spaventose, che genericamente coinvolgono nervi e tendini tirati, accavallati o spostati, infiammazioni dell’osso e danni alla cartilagine. Il più delle volte non è altro che un regolare decorso operatorio, magari più lungo e difficile perché si tratta di pazienti anziani, o obesi, affetti da osteoporosi e insufficienza venosa. Pochi esercizi e suggerimenti per correggere e incoraggiare una normale deambulazione, e la temperanza per attendere che la biologia risani ogni cosa e il paziente in genere guarisce di questi passeggeri disturbi.

Altri e per fortuna più rari problemi, come flebiti e trombo flebiti, infezioni post-operatorie, necrosi della testa metatarsale, ritardi e/o vizi di consolidamento, mobilizzazione dei mezzi di sintesi ( vite in titanio) e l’algodistrofia sono per fortuna complicanze molto rare. Complessivamente si sviluppano con frequenze inferiori allo 0,5%. Anche in questi casi, è bene che sia sempre l’ortopedico, che ha operato a gestire queste complicanze, individuandole al loro esordio sintomatico ad uno dei controlli di routine e somministrando tempestivamente le terapie del caso.

Questa occasionale e per fortuna rara, perdita di contatto medico-paziente si verifica anche per gli altri miei colleghi. Risulta evidente ogni volta che un paziente operato di alluce valgo, metatarsalgia o dita a martello, da un altro ortopedico, si presenta allarmato al mio studio, perché convinto di avere subito un intervento sbagliato o di avere sviluppato una generica complicanza. Di solito è tutto a posto ed è solo venuta a mancare una chiara e diretta comunicazione tra medico e paziente.

Non c’è stato tempo e modo di spiegare che, i tempi di guarigione, in certi casi sono più lunghi del previsto, che il gonfiore locale può durare anche tre o quattro mesi, che la tecnica utilizzata, ad esempio la Bosch può inizialmente dare una certa rigidità all’alluce, o che le radiografie di controllo non hanno nulla che non va bene, perché le ombre rotonde che sporgono sotto la testa del primo metatarso non sono frammenti che l’ortopedico ha dimenticato di rimuovere durante l’intervento, ma i sesamoidi, indispensabili elementi anatomici per la stabilità e la funzione dell’alluce. In tutti questi casi, e molti altri similari, rassicuro il paziente e lo invito a ritornare fiducioso dallo specialista che ha operato.

Certamente qualche volta capita anche di accertare un intervento riuscito male, o eseguito con indicazioni e tecniche sbagliate, ma per fortuna sono solo una minoranza dei casi. Per questi pazienti purtroppo non c’è che da rassegnarsi ad un nuovo, se possibile, intervento correttivo.